L’HBH: un’esperienza di situazionismo e il valore di un sorriso

Può essere poco o tanto ma ispirare un sorriso nelle persone che ci vedono sfilare mi sembra un motivo sufficiente per continuare a credere nella bontà e nel senso dell’HBH.
Qualcuno si ferma come inebetito a guardarci poiché il nostro passaggio richiede un’interpretazione, un tentativo di omologazione e una lettura logica che il nostro anonimato peraltro non favorisce.
Chi sono? cosa vogliono? dove vanno? perché non è sul giornale ? e i vigili? chi li paga?
Ieri, in occasione del 24° HBH, per la prima volta, ho fatto l’esperienza dello spettatore: Ivo ed io, dovendo recuperare il jack per il lettore audio, abbiamo aspettato il gruppo già partito dalla stazione, lungo il ring, all’altezza di via XXV Aprile, uno dei punti in cui le automobili corrono forte.
Ebbene, l’approssimarsi delle biciclette, annunciato dalle luci blu lampeggianti delle moto dei vigili, procura in chi non ci conosce, il bisogno di collocare in un quadro logico ciò che si è appena visto.
Forse la bellezza di queste scorribande in bici è riposta nel senso di sorpresa, di spaesamento e di incoerenza di chiara derivazione situazionista e, in questo senso perfino artistica, tra ciò che siamo abituati a vedere per strada e il momento di apparente (nonsenso) che in quell’istante si sta celebrando.
Ecco perché L’Happy Bike Hour NON deve cambiare giorno e ora: esso deve coincidere con il momento di maggior traffico cioè con la rush hour, con quell’ora punta del venerdì, comune a tutte le città del mondo.
Solo così si fa grande: nella sua disarmante spregiudicatezza, sfidando le abitudini più rigide, le normalità più consolidate come in un appuntamento con il mondo alla rovescia carnevalesco (che peraltro è stato rimosso dalla nostra cultura) e che, per un’ora al mese, viene messo in scena.
In questo senso allora l’Happy Bike Hour rafforza ancor più il suo significato durante la stagione invernale con il buio ed il freddo, quando le bici illuminate e la musica a tutto volume assumono, in chi ci vede, un aspetto onirico, da stropicciamento di occhi.
L’augurio è che la partecipazione si faccia più ampia possibile e che si mettano in moto idee e proposte per fare dell’HBH una preziosa e salutare prassi di anarchia urbana insieme ad un’occasione, sempre preziosa, per suscitare un sorriso in chi ci vede e in chi sentirà da qualcuno di averci visto.

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Due anni di Happy Bike Hour

“La bicicletta inventa una nuova geografia della città.
Per maggiori informazioni rivolgiti alla tua mente.”

(da una mailing list)

“La prospettiva è progressista, l’utopia è conservatrice.”
(awake)

L’Happy Bike Hour (HBH) ha compiuto due anni. Era infatti il tardo pomeriggio del 23 dicembre del 2005 quando in Piazzale Arnaldo, tra il consueto carosello delle auto-immobili comparve uno “sciame” di babbi natali in bicicletta che, diffondendo musica natalizia, buonumore e allegria, spezzavano il monotono, quotidiano panorama urbano di auto in coda. I ciclisti natalizi sfilarono per le vie del centro città attraverso un percorso conclusosi con un aperitivo (nella fattispecie con del vino brulé offerto dagli alpini in piazza Rovetta).
L’HBH s’ispira chiaramente alla massa critica, termine che, originariamente riferito solo al processo di fissione nucleare, è passato a significare il movimento di protesta dei ciclisti urbani.
Esso nacque nel 1992 in quella città-simbolo del progressismo che è sempre stata San Francisco, culla della beat generation ma anche di invenzioni, venendo più vicino a noi, come la mountain bike che è nata qui, forse non solo in ragione della tormentata altimetria cittadina.
Dalla città californiana la massa critica si è rapidamente diffusa in più di duecento città nel mondo, dal Sol Levante all’Australia e, vista la “regola” che la si fa svolgere nel tardo pomeriggio di ogni ultimo venerdì del mese, si può dire che su di essa, per quel giorno, non cali mai il sole.
L’HBH vuole riproporre questo fenomeno in versione nostrana assumendone ragioni e obiettivi e cioè:
•    Il sostegno di un nuovo progetto per la città che spezzi la monocultura dei mezzi a motore che per troppi decenni ha dominato (anche) l’urbanistica con effetti drammatici per la vivibilità e la socialità dei quartieri.
•    Un’azione di lobbying per la difesa dei ciclisti delle loro istanze per una maggiore sicurezza. Chiediamo con forza una giusta assegnazione di spazio alle biciclette nell’ambito della gerarchia stradale.
•    La volontà di mettere in discussione la “normalità” di abitudini quotidiane radicate come il recarsi al lavoro in automobile, mostrando che la rush hour, l’ora di punta, potrebbe vedere tanti ciclisti fianco fianco invece che puzzolenti e rumorose automobili. Vogliamo indicare un’alternativa più conviviale e gentile nel servirsi delle delle città che abitiamo e frequentiamo come uomini prima ancora che come automobilisti per contrastare quel processo di atomizzazione e di sempre maggiore isolamento che i nostri stili di vita ci impongono.
•    La possibilità di partecipare in prima persona ad una manifestazione in cui si può dare libero sfogo alla propria creatività e fantasia, in una dimensione realmente collettiva e gioiosa. Così la strada diventa il palcoscenico, lo spazio pubblico da vivere, non solo da attraversare. Non accettiamo che i luoghi deputati all’incontro con gli altri siano diventati solo i centri commerciali recintati da tangenziali, palestre, bar e discoteche. Vorremmo poter ritornare a goderci i luoghi che ci rendono cittadini: gli spazi pubblici.

Siamo convinti che questo ritrovo mensile, questa “coincidenza organizzata” di ciclisti che s’incontrano per pedalare insieme una volta al mese nell’ora di punta in città, abbia ancora molto da dire. Siamo pronti a scommettere in una partecipazione che, se per ora è ancora piuttosto scarsa, è destinata a farsi “massa”, appunto.